“Che lavoro fai?”

“La copywriter”

*compare espressione nebbiosa sulla faccia dell’interlocutore*

“Che? Quella roba sui diritti d’autore?”

“No, è quella roba che io scrivo cose su un prodotto o servizio e la gente lo compra perché gli ho fatto capire che è buono e ne ha bisogno.”

Questa dialogo riassume un po’ tutti i dialoghi che ho avuto finora con chiunque, in cui ho tentato (non sempre con grande successo) di dare una descrizione comprensibile e realistica del mio mestiere. Ma quella definizione credo sia fin troppo semplicistica.

In questi anni di studi, ecco le info che ho raccolto sul mestiere.

Cosa credo sia un copywriter

  • Un creatore di percorsi mentali: la capacità di prendere una persona in un determinato momento della sua buyer journey*, seguirlo nelle sue riflessioni e portarlo alla conclusione alla quale stai “puntando” (ad esempio acquistare un prodotto o servizio, o sottoscrivere una newsletter)
  • Un giocoliere delle parole: prende concetti inerenti ad un campo e li usa in un campo in cui non sono stati mai usati. A me piace definirla come la capacità di creare delle “sinestesie concettuali”
  • Una persona dalla grande cultura, letteraria e non
  • Un visionario in costante trip: niente è troppo strano, o stupido, o impopolare, ecc.
  • Una persona pratica: va bene essere visionari, ma lo scopo ultimo è che l’utente tipo capisca di cosa sta parlando
  • Non scrive tanto, scrive bene: un copy può scrivere anche brevissimi ma efficaci slogan
  • Un perfetto esecutore dei diversi “toni di voce“, in versione scritta
  • Un esperto di linguistica, intesa come “lo studio scientifico del linguaggio e delle sue strutture. Essa include, tra le altre cose, lo studio della grammatica, della sintassi e della fonetica.” (da https://it.wikipedia.org/wiki/Linguistica )

Cosa penso NON debba essere un copy

  • Quello che gestisce il copyright dei contenuti
  • Uno scrittore di romanzi
  • Un riciclatore di frasi fatte

Chi ha influenzato la mia scelta – i professionisti del settore

Una delle primissime cose che ho fatto, quando ho cominciato a cercare informazioni sul mestiere del copywriter, è stato cercare degli articoli di chi fa questo lavoro “da un po’”.

Pennamontata – Agenzia di copywriting e scuola di formazione per copy. 

Fra le qualità che secondo loro un copy dovrebbe avere, la frase di Flaiano che Valentina Falcinelli ha citato nel suo articolo è quella che mi è piaciuta di più: “Ha i piedi ben poggiati sulle nuvole”. Perché il copy ha un obiettivo ben concreto: promuove dei brand fatti di persone reali, che parlano ad altre persone altrettanto reali. Ma, nel contempo, non deve farsi ingabbiare dalla concretezza e dagli schemi triti e ritriti.
I miei studi hanno preso una direzione diversa in seguito ma, se dovessi mai scegliere di fare un master di approfondimento, il corso Copy42 di Pennamontata è quello che mi ispira di più sul mercato attuale.

Luca Bartoli

Alla domanda “come si diventa copywriter”, Luca risponde così (qui il post completo):

“La prima cosa che mi viene in mente è sempre “Non te lo so assolutamente dire; ma tu non lo dire al mio direttore creativo”, ma evito di essere così sincero. Non è per ricevere una risposta da simpaticone, per quanto onesto, che hanno preso il coraggio di scrivere a uno sconosciuto. Così il più delle volte, dopo aver premesso che mi sento un fortunato e che temo che la cosa oggi sia ancora meno facile, racconto come ho fatto a “entrare in agenzia” e come sono riuscito, dopo alcuni anni e varie agenzie, ad arrivare a uno stipendio decente. Perché la mia personalissima definizione di copywriter è “chi si guadagna da vivere scrivendo per la pubblicità” e nei primi tempi con quello che guadagna un copywriter non ci vivi. Per essere onesti, all’inizio inizio, non ci paghi neppure l’affitto.

Opinabile o no che sia, dà sicuramente un’idea su quali possano essere le aspettative su tale mestiere ed è, secondo me, il motivo per il quale tanti copy fanno anche un corso di grafica o si specializzano nella SEO o in altri campi ancora.

Elisa Pasqualetto

“Ebbene sì, caro il mio aspirante copywriter, la strada è tutta in salita e ce la devi fare da solo. La professione del copy non ha un corso di laurea apposito da seguire, non ha delle regole ben precise e nemmeno un iter definito, a dirtela tutta, purtroppo, in Italia non è ancora del tutto riconosciuta come una vera e propria professione.”

Niente di più vero: prima di fare ricerca su Google, io stessa non sapevo che scrivere contenuti pubblicitari  / informativi / persuasivi fosse una professione con un nome tutto suo.

Qui Elisa racconta la sua esperienza nel percorso per diventare copywriter: https://elisapasqualetto.it/come-diventare-copywriter-la-mia-esperienza/

Anna Maria Testa

“Scrivere come copywriter mi ha insegnato a non trascurare tutto quanto sta attorno alla scrittura e ne determina il senso: paratesti e contesti. E mi ha aiutato a capire come, cambiando registri, avrei potuto decentemente scrivere tutto il resto. Si tratta, credo, del regalo più grande di questo mestiere.”

Questo mi ha fatto capire come, più che uno che scrive bene, il copywriter sia uno che legge le persone e veicola le emozioni. Un po’ come lo psicologo.

Quando ho letto il suo articolo, mi è venuto subito da sorridere perché ha scelto lo stesso tipo di incipit che ho scelto io per questo post: un breve dialogo fra lei e sua mamma. https://www.nuovoeutile.it/pdf/Il_mestiere_di_copywriter.pdf

Balenalab

“In pratica creo l’identità del brand studiando il nome e il payoff, scelgo le parole giuste per raccontarlo, do voce ai suoi messaggi (nel vero senso della parola, con la mia voce) ma a monte, sempre, mi occupo di una cosa tanto invisibile quanto necessaria: trovare un concept che gli calzi a pennello. Faccio riflettere i miei clienti sul loro business per studiare buone idee che li aiutino a riconoscersi e a farsi conoscere.”

Estratto del seguente post: https://www.balenalab.com/il-lavoro-invisibile-del-copywriter-trovare-il-concept/ 

E come ho già detto sopra, il copy legge le persone. Ma non solo: ne prende l’essenza e la presenta al mondo, col vestito migliore che è riuscito a trovare.

Sono partita come copy, ma alla fine mi sono fatta distrarre

Al giorno d’oggi non esistono solo i professionisti specializzati in un unico campo, ma molti hanno esteso le loro competenze in settori analoghi e/o complementari.
Così, nella mia ricerca sul web, mi sono imbattuta in altre professioni che mi hanno attirata: la consulente SEO, per la propensione all’analisi di dati e tabelle per la competitività intrinseca; il web design perché, nel creare il mio blog e i siti per i miei clienti, mi sono divertita un sacco a giocare con l’interfaccia di WordPress; il SMM (Social Media Manager), che in fondo fa anche un po’ da copy quando scrive le didascalie delle immagini che condivide sui profili social.

Se ti interessa approfondire uno di questi mestieri in particolare, fammelo sapere con un commento (nel frattempo, puoi dare una sbirciata all’articolo sulle professioni digitali).

Mi piace scrivere, ma…

Scrivere è una di quelle cose che mi capita di fare abbastanza bene, ma che non risuona esattamente in tutte le mie corde e che riesco a fare solo quando sono in eccellenti condizioni psico-fisiche: se ho qualche malessere fisico, se ho dormito male o se sono di cattivo umore, mi è difficile entrare nel flusso creativo.

Questo è un aspetto fondamentale del lavoro da freelance: da dipendente si pensa di potersi permettere con meno sensi di colpa di stare male, perché i soldi ti arrivano lo stesso, sia che tu sia rimasto a casa sia che tu sia andato a lavorare non esattamente al 100% delle tue energie.

Ma dire che da freelance se non lavori non vieni pagato, dà una percezione sbagliata su questo tipo di lavoro. Lavorare in proprio non vuol dire che devi stare sempre bene, ad ogni costo: se fai i tuoi prezzi sulla base del valore di ciò che offri e non un tot €/l’ora, hai più possibilità di gestire in maniera elastica il tuo tempo e gli incidenti di percorso.

Se invece il tuo compenso è stabilito su una paga oraria, tale importo deve tenere conto degli imprevisti.

E’ questo uno dei motivi per cui un libero professionista si fa pagare “all’ora” ben più di un dipendente: i fattori di rischio sono più alti e di diversa natura. E no, non parlo del falso senso di sicurezza del dipendente che “tanto lo stipendio entra sempre, se sei freelance oggi mangi ma domani non lo sai”. Ma di questo mito del lavoro dipendente ne parlerò un’altra volta.

Detto ciò, da quando lavoro come freelance mi sono concessa molte più mezze giornate di riposo di quanto facessi da dipendente (perché mi sentivo sempre in colpa a mettermi in mutua e non c’era febbre da cavallo che tenesse).

Ma bando alle ciance!

Copywriter del web, cosa ne pensate? La mia visione di questa professione è troppo idilliaca? Ditemi la vostra, si accettano anche insulti!

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